La personale del pittore francese Yann Leto da Andrea Festa Fine Art, a Roma
Avere improvvisamente i piedi di piombo, o peggio, essere inghiottiti nelle sabbie mobili, in preda agli eventi: questa la sensazione che instillano i dipinti esposti nel contesto di Those That Watch, Those That Know, prima mostra personale di Yann Leto da Andrea Festa Fine Art, a Roma. Sono gli altri a scoprire il mondo, innovando con la scienza e la tecnologia, a lanciare satelliti nello spazio e a inventarsi una nuova vita oltre la Terra. Loro producono ma allo stesso tempo distruggono, loro sanno…e gli altri stanno a guardare.
La home gallery di Andrea Festa risulta irriconoscibile. Varcato l’ingresso, ci si trova innanzi al dipinto Breaking News; tutto il resto — dall’androne fino al salotto — è coperto da un pesante tendaggio blu, colore che ricorre e fa da filo conduttore tra i 5 quadri della serie. I personaggi che si materializzano sulla tela di Leto sono catturati da una specie di ignavia, avvolti da un torpore paralizzante. Sono inespressivi, eppure un velo di tristezza annebbia i loro pensieri.
Sono lascivi, si dedicano ai vizi più diffusi, al fumo e all’alcol, all’indolenza, hanno in mano il telecomando ma solo per controllare la TV. Una figura in particolare sembra cercare risposte oltre la cornice, puntando l’apparecchio con la sua antenna verso l’esterno del quadro, verso i fruitori del dipinto, come a voler cambiare canale …al suo collo pende un ciondolo con un sole e delle stelle, sta cercando di raddrizzare il Fato? Se si osserva con attenzione, all’angolo destro della composizione, uno specchio restituisce il riflesso con il monitor di una televisione. Breaking news: delle meteoriti si schiantano su un terreno desertico e arido.

Il dipinto Explosion in the sky è un crudo fermo-immagine. Mentre alcune figure femminili sono sdraiate sul letto, protese l’una sull’altra e unite nell’inconsapevolezza (o forse nell’indifferenza ai fatti), un’esplosione illumina il cielo: la forma stereotipata di un cuore che scoppia, con lapilli che schizzano in tutte le direzioni. I retroscena si svelano nei dettagli: una mano preme un libro aperto sul ventre di una ragazza; un’altra donna è accovacciata e assorta, si tiene stretta le gambe al petto, mentre il suo riflesso su un piccolo specchio ne duplica l’immagine con una prospettiva distorta. Le gambe delle figure si mescolano come le braccia di un polipo ed è difficile indovinarne la pertinenza.
In The day-after la scena sembra svolgersi all’interno di un vecchio treno con il pavimento in parquet. Un volto risulta tagliato, in primissimo piano, all’estremità destra. La mano del personaggio sostiene una sigaretta che sbuffa sulle labbra, mentre una seconda mano stringe un’altra sigaretta, creando un incrocio. Sul riflesso degli occhiali inforcati dall’uomo misterioso si legge la silhouette della donna al centro della composizione, con i suoi capelli blu e la veste invasa da fiori o losanghe rosse. La stessa donna, nella conca delle mani vicine al sesso, tiene un serpente verde. Accanto, un uomo legge il quotidiano La Depeche, con in prima pagina la notizia di un’esplosione nel cielo. Su alcuni sedili posteriori, la posizione di una donna, che abbandona il peso sulle spalle di un uomo, rievoca in una sorta di “pathosformel” il dipinto Love and Pain (1895) di Edward Munch, al quale l’artista si ispira anche per la tavolozza di tinte sature e per l’uso delle macchie di luce sulle pareti monocrome.

In ultimo, La femme du photomaton è alle prese con una cabina per le fototessere, o meglio con il “tormento del volatile comune, il piccione”. La sua immagine viene deturpata dalla presenza del piccione nelle miniature ma, allo stesso tempo, i piccoli frame fanno pensare al famoso scatto Peacock di Ren Hang — vittima della censura cinese per le sue foto di nudo — con l’occhio del pavone sovrapposto a quello di una donna. Il soggetto risulta distopico e ammaliante. Dallo sgabello lucido si snodano un paio di gambe sensuali, senza collant; i piedi laccati di rosso sono stretti in un tacco a spillo nero e avvolgente. Il tatuaggio di una goccia che cade in un occhio spalancato adorna una delle gambe nude, da una parte richiamando le tag segnate con un uniposca all’interno del Photo Booth, dall’altra richiamando il gioco della negazione dello sguardo e del “vedo-non vedo”. Non è possibile indovinare l’identità della figura, coperta dal rideau della cabina, ciò scatena un ulteriore gioco di rimandi con l’allestimento dello spazio espositivo, caratterizzato, appunto, da fitti tendaggi blu. La ciliegina sulla torta è poi la mano che sbuca dalla tendina per inserire l’euro nella macchina automatica. Il gesto stesso di inserire la moneta (l'”Insert coin” delle sale giochi) può alludere all’atto sessuale, chiudendo il cerchio della composizione.
Per questo ciclo di dipinti, Yann Leto guarda in maniera intelligente all’espressionismo tedesco, a Ernst Ludwig Kirchnerma soprattutto al trittico di Otto Dix Großstadt (Metropolis, 1927-1928), muovendo tuttavia una critica sociale alla nostra attualità.

